10th
Il lutto al tempo del web 2.0
Non lo guardo whatsapp mentre vado al lavoro, non lo faccio mai, visto che sto per incontrare tutte le persone con cui parlo in una chat che ormai data più di un anno, e non guardandolo mi perdo il messaggio di Ale che scrive a Lara, in un gruppo ristretto, quello che è successo.
Poi entro in stanza, accendo il pc, check mail, non guardo nemmeno la rassegna stampa, non ne ho voglia, è lunedì, e non guardandola annullo la seconda possibilità di sapere quello che è successo.
Apro la fan page e vedo l’avviso di due nuovi messaggi in posta, contemporaneamente. Leggo l’incipit della mail, a me, e il messaggio privato scritto da un utente sulla pagina e inizio a realizzare che c’è qualcosa che non va.
Entra Ale in stanza,
“hai sentito?”
“no, cosa, cosa è successo? Ma poi cosa è successo a Sergio non capisco…”
“eh… si è suicidato”
Eh. Si è suicidato.
Da quel momento la giornata ha preso una piega sconosciuta. La piega di una giornata di sentimenti incoerenti e di attesa. Perché in questo mio tempo lui, Sergio, io non l’avevo mai visto, non l’avevo mai incontrato, non c’avevo mai bevuto una birra insieme, però lo conoscevo, ci avevo parlato, avevamo riso insieme, avevo accettato la sua richiesta di amicizia, avevamo connesso i nostri twitter, abbiamo fatto una cosa insieme, un progetto: bello e divertente.
Io, lui, Ale, Lara e molte altre persone.
E avremmo dovuto continuare a fare altro, insieme, di bello e divertente.
Ho la sua mail, il suo numero di cellulare, i suoi messaggi su facebook, le brevi chiacchierate, quello che ha scritto.
E allora forse è per questo che sto così male, anche se non c’ho mai bevuto una birra insieme.

